Gonzalo Orquìn

Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia /7

Urge tornare al MAAM, in quel museo dell’altro e dell’altrove di Metropoliz dove si sta sperimentando con successo un nuovo modo di fare arte e principalmente cultura per la gente, nel senso che la gente riesce a fruire a pieno del messaggio lanciato dagli artisti che si mettono in gioco andando a fondere le loro opere sui muri scalcinati di una ex fabbrica di salumi sottratta alla speculazione edilizia dove sembra dovesse nascervi il solito centro commerciale. Fin dal momento in cui varchi il cancello di questo borgo museale che si chiama Metropoliz_città meticcia ti rendi conto di trovarti, si direbbe negli anni ’50, ai confini della realtà: qui hanno scelto di vivere un folto numero di senza casa, di tutte le etnie, sperimentando una non facile convivenza dove ogni giorno si mettono in discussione usi e costumi che la gente si è portata dai propri paesi di origine e, per chi non ne ha mai avuto uno, legati alla propria mentalità che per centinaia di anni non ha permesso contaminazioni dall’esterno. A smussare i contrasti ci si prova con interminabili assemblee; di contro i bambini vivono le ore libere in comunione, scorrazzano per il borgo, frequentano la ludoteca assistiti da giovani volontari, sottraggono agli artisti presenti al MAAM a realizzare le loro opere colori e pennelli e si improvvisano artisti anche loro, vedono poca televisione, non conoscono i videogiochi, insomma fanno una vita veramente a misura di bambino e si preparano a diventare adulti con una mente leggermente più aperta di quei bambini che, contro la loro volontà, si trovano normalmente paracadutati in un mondo, al contrario, fatto solo a misura dei consumi.

Immersi in questa atmosfera surreale, si varca una delle soglie di ingresso dell’edificio che è il MAAM, architettura post-industriale: sono ancora presenti macchinari utilizzati 50 anni fa per le varie fasi di lavorazione della carne di maiale, dalla “pelanda” ai ganci per la sezionatura delle carni, dalle vasche di raccolta ai canali di scolo fino a giungere al depuratore/raccoglitore di liquami. Tutto questo è stato splendidamente compendiato nell’opera “La Cappella Porcina” realizzata di recente dai due giovani artisti spagnoli, Pablo Mesa Capella e Gonzalo Orquìn; l’opera copre un muro lungo 30 metri, quindici enormi maiali appesi, squartati, sanguinanti, due che spiccano il volo verso un futuro di speranza.

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Pablo Mesa Capella è laureato in Regia scenica e drammaturgia; è un artista poliedrico che spicca per il suo particolare approccio alla fotografia: non si limita a fotografare la realtà ma usa anche le fotografie già fatte, che lui trova, con impegno maniacale, nei mercatini delle città di tutta Europa e che risalgono al periodo a cavallo tra il 1800 ed il 1900, quelle che, allora, venivano scambiate come dei veri e propri biglietti da visita. Questa è la materia prima per le sue istallazioni dove usa le fotografie come fossero mattonelle, disponendole sui muri di interi palazzi; famosa la sua installazione realizzata sulle mura esterne del pastificio Cerere nel quartiere di San Lorenzo a Roma.

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il maiale prende il volo

Gonzalo Orquìn, anche lui artista poliedrico, predilige l’uso della macchina fotografica per comunicare con il mondo; salì alla ribalta delle cronache nell’autunno del 2013 quando il vaticano minacciò azioni legali nei confronti di una galleria romana nel caso avesse inaugurato una sua mostra dal titolo “Si, quiero” dove erano esposte fotografie che riprendevano persone dello stesso sesso che si baciavano dentro le chiese più belle della capitale. Nel campo della pittura Gonzalo si è formato artisticamente esclusivamente nel nostro paese, dice di non aver alcun rapporto con gli artisti spagnoli; i suoi maestri sono, nell’arte classica, Giotto, Bellini, Velàsquez nei moderni Balthus e Picasso col quale dice di aver sempre avuto un rapporto speciale, intimista. Sua è l’impronta maggiore in questa cappella porcina che vuole essere un’ironica provocazione alla più nota opera michelangiolesca: auspichiamo che abbiano in comune, oltre al nome anche l’immortalità artistica.

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il maiale squartato

Altro artista eclettico che di recente si è cimentato nel dipingere al MAAM è Mauro Maugliani; forse ho sbagliato nel dire dipingere, il verbo più adatto sarebbe “scrivere”, sì perché l’artista ha realizzato le sue opere letteralmente scrivendo con una penna a biro, più precisamente una “Bic”. Formatosi alla tecnica del restauro, basa la sua ricerca proprio sull’azione del tempo sulle opere d’arte. Ecco perché si è concentrato su opere realizzate con la penna a sfera che ha un inchiostro con componenti fotosensibili che viene così intaccato dalla luce: con il tempo l’opera sbiadisce ed andrà ad assumere un aspetto evanescente così da sembrar rappresentare un fantasma. Suoi soggetti preferiti sono i ritratti siano essi di amici o persone che incontra per strada, non necessariamente belle ma che portano visibili le tracce della propria anima sul volto. Queste le sue due opere realizzate al MAAM.

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le due opere sono presentate in altra prospettiva nella pagina 26 del progetto “Un murale al giorno”

Eccoci a Kenji De Angelis, un giovane artista approdato di recente alla street art (una sua bella opera, la prima in assoluto, era presente al Lucernario del Dipartimento di Musica dell’università La Sapienza, diciamo era presente perché di recente la struttura è stata sgomberata su disposizione del Rettore da un mastodontico intervento della forza pubblica e, molto probabilmente, le opere di street art presenti sono andate distrutte.

Nato nel ’91, Kenji vive un’infanzia immerso con la famiglia in notevoli disagi economici, cosa da lui molto sentita per il fatto di risiedere in un quartiere bene della Capitale: “l’unica cosa che permetteva di integrarmi oltre alla mia immancabile passione per i rapporti sociali era disegnare”.

Dopo aver dato libero sfogo alla sua propensione per l’arte frequentando il liceo artistico, si iscrive all’università ad un corso di laurea che non ha niente a vedere con la carriera artistica ma non abbandona il disegno e la storia dell’arte e continua ad esercitarsi e informarsi su nuove tecniche. La svolta avviene con l’occupazione del “Lucernario”; In quel posto, grazie all’appoggio delle persone che lo frequentano riesce a mettere da parte le sue paure del fallimento e a rendere produttiva la propria passione. Realizza la sua opera con uno slancio eccezionale, e con meticolosità maniacale disegna i peli del manto delle scimmie così perfetti ed ognuno distinto dagli altri dal farli sembrare tangibili.

Dopo il Lucernario è stato chiamato a realizzare questo murale al Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropliz, ha poi iniziato a girare Roma alla ricerca di muri, pannelli, spazi per dimostrare a tutti cosa ha tenuto dentro negli anni di “inattività”. Da recenti notizie sta girando per l’Europa alla ricerca di muri adatti a fargli esprimere tutte le sue potenzialità. Auguri Kenji!

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a sinistra bozza dell’opera   –   a destra il murale finito 

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il particolare a destra del murale

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